Una riflessione sull’inizio

di Alessandro D’Avenia

“La scuola da troppo tempo è diventata un ambiente…in cui la burocrazia si è progressivamente impadronita degli spazi e del tempo da dedicare all’unico centro di gravità scolastico: la relazione educativa. La relazione è come l’aria: più è buona più vivi, ma ti accorgi che esiste solo quando diventa irrespirabile. Senza relazioni educative di qualità la scuola perde la sua essenza e si trasforma in un ambiente fatto di muri, ruoli, voti. Una relazione per essere reale deve produrre effetti rilevabili, e quella educativa ha come effetto nei ragazzi l’introduzione personale, graduale e progressiva alla realtà, che ha come conseguenza nell’ordine: la conoscenza di se stessi, il consolidamento della propria identità e la fioritura dei talenti…[se] la didattica a scuola non funziona, perché dipende dalla qualità della relazione educativa: non è questione di iPad o di lavagne elettroniche (strumenti che semplificano il lavoro, ma non sostituiscono la relazione, altrimenti metteremmo le lezioni online e ci vedremmo solo per le interrogazioni e i compiti). Questi fatti ben noti a tutti mostrano che la nostra scuola allo stato attuale contravviene a quel principio che vorrebbe la nostra Repubblica impegnata a «rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese» (art. 3 della Costituzione).  Tutto è affidato a dirigenti e docenti che, dotati di professionalità completa, curano i tre ambiti della relazione educativa (amare e conoscere ciò che insegno, come lo insegno, a chi lo insegno). Sono quelli che tutti ricordiamo, loro sì che sono Costituzionali. Potrebbero costituire la normalità della scuola, se solo li volessimo portare a sistema, e invece troppo spesso in Italia sono un’eccezione. E magari qualcuno li deride pure come dei donchisciotte e non sa che sta ridendo del futuro del Paese.” [da “La Stampa” del 02.09.2017]

 

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